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Cambiamenti climatici o malagestione? cosa porta al fallimento gli impianti sciistici?

Nel nostro Paese, come ci ricordano annualmente numerosi articoli e report come Nevediversa di Legambiente, esistono centinaia di impianti sciistici dismessi, presi ad emblema dei cambiamenti climatici.

E’ evidente come la diminuzione delle nevicate alle quote più basse abbia giocato un ruolo determinante. La neve con discreti accumuli nelle città di pianura del Nord Italia è ormai un evento decennale, mentre basta guardare immagini e testimonianze d’epoca per capire come nei decenni passati fosse una presenza molto più frequente. Non a caso il pioniere dello sci italiano Adolfo Kind utilizzò i primi sci di importazione norvegese sui pendii del Parco del Valentino di Torino, città in cui non mancano i ricordi di ardite discese con gli sci dal Monte dei Cappuccini, oggi sede del Museo Nazionale della Montagna o dalle colline immediatamente circostanti l’area urbana. 

Sulla base di queste esperienze molti pendii facilmente accessibili dalle grandi città diventarono un tradizionale punto di ritrovo per scivolare sulla neve. Intuite le potenzialità della zona alcuni imprenditori incominciarono a infrastrutturare queste realtà realizzando strutture ricettive e rudimentali impianti di risalita (in prevalenza skilift e manovie) con i primi servizi di battitura, spesso effettuati unicamente “a scaletta” senza impiegare mezzi meccanici.

Si trattava di stazioni sciistiche sorte in un contesto destrutturato: l’esercizio degli impianti di risalita non prevedeva le rigide normative attuali, i costi di realizzazione e manutenzione erano molto più bassi e spesso la forza lavoro era prestata in forma volontaria o comunque in assenza di un vero contratto di lavoro subordinato. Le grandi stazioni alpine erano poche e la viabilità per raggiungerle, priva di strade a scorrimento veloce, rendeva i viaggi spesso lunghi e avventurosi.

Col passare degli anni, i miglioramenti della viabilità rendono sempre più competitive e raggiungibili le rinomate e famose stazioni alpine, le quali investono costantemente sui propri impianti e sulla propria organizzazione, offrendo un’esperienza di sempre più di alto livello per i turisti.

Le piccole località sono chiamate a omologare i propri impianti alle normative di sicurezza più stringenti e a proporre una gestione organizzata che possa quantomeno cercare di tenere il passo dei competitor più grandi e strutturati.  Il modello organizzativo di queste realtà da sistema flessibile e destrutturato, in cui bastavano poche settimane di sci per raggiungere risultati economici soddisfacenti e in cui si poteva sostenere il rischio di qualche stagione senza neve, diventa progressivamente rigido, con costi fissi crescenti. La sostenibilità economica passa per una stagione di almeno tre mesi, con la necessità di progressivi adeguamenti tecnologici su impianti e sistemi di battitura e gli inevitabili investimenti sull’innevamento programmato, una vera “assicurazione” contro le stagioni povere di neve, ma anche un ulteriore fattore di incremento dei costi di gestione e manutenzione.

Ecco spiegata la sorte di molte località elencate nei report degli impianti abbandonati. La spugna viene gettata già alla fine degli anni Ottanta: le dimensioni e le condizioni climatiche sono troppo sfavorevoli per giustificare ulteriori investimenti per creare una “stazione sciistica professionale”.  

Malagestione

Ampliando l’orizzonte a contesti più strutturati che hanno cessato la propria attività, senza negare l’evidente incidenza del cambiamento climatico, si evince come un ruolo determinate sia stato giocato dalla cosiddetta “malagestione”. Contenziosi legali, investimenti sbagliati con costi di gestione insostenibili, assenza di opere di complementari opere di urbanizzazione come strade e parcheggi, fallimentari speculazioni edilizie, assenza di continuità nella gestione di un impianto, sono questi il più delle volte i fattori critici e trainanti che portano alla chiusura di un’area sciistica.

Testimonianze di questo tipo sono sparse un po’ in tutta Italia: in Liguria gli impianti di una delle principali aree sciistiche sono chiusi da anni a causa di una frana. Situazioni critiche anche nell’appennino tosco-emiliano dove alcuni enti pubblici proprietari di impianti di risalita sono alle prese da anni con difficoltà tecniche, burocratiche ed economiche per affrontare ingenti revisioni generali e rinnovi di vita tecnica di strutture altrimenti non più fruibili al pubblico.

La malagestione e il cambiamento climatico spesso si intrecciano, come avvenuto in una località del Torinese, oggi dismessa, in cui gli impianti sciistici erano sorti principalmente in esecuzione di un’operazione di speculazione edilizia.

Il comprensorio, sviluppato negli anni Settanta, si ispirava al modello delle stazioni sciistiche integrate che stava rivoluzionando il turismo delle vicine alpi francesi, con la realizzazione di un grande edificio di sei piani alla partenza degli impianti, che avrebbe dovuto fungere da albergo e residence. La struttura non vene mai completata e gli skilift, tra difficoltà di gestione per un progetto mai portato a pieno compimento, chiusero nel 1995. Oggi l’area si presenta degradata, con lo scheletro di mattoni della struttura e i pali arrugginiti delle sciovie tristi testimoni di un benessere economico mai raggiunto.

Situazione difficile anche in Lombardia, dove la realtà pubblica che gestiva alcuni comprensori dell’Alta Val Brembana è finita al centro di una triste vicenda di bancarotta (e non solo), situazione che ha decimato gli impianti sciistici in funzione nell’area, consentendo solo ad alcuni, con notevoli difficoltà e incertezze di restare attivi.

Queste realtà evidenziano come il cambiamento climatico sia un elemento aggravante di un quadro già compromesso per altri fattori.

Affrontare il Cambiamento Climatico

Le realtà virtuose dimostrano, invece, come il cambiamento climatico possa essere gestito con un’adeguata e consapevole pianificazione strategica, con investimenti mirati sulla stagione invernale e un progressivo sviluppo di forme di turismo destagionalizzato e diversificato.

Testimonianza in tal senso è quella di Domobianca, stazione sciistica sulle alture di Domodossola rilevata nel 2020 dal Gruppo Altair. La strategia di rilancio è stata avviata all’insegna del nuovo brand “Domobianca365” che fa ben capire l’intento del progetto. La località, in precedenza attiva solo in inverno, è stata valorizzata con un’offerta da vivere tutto l’anno: impianti aperti anche in estate, investimenti sulle strutture ricettive, campo di beach volley, sviluppo dei percorsi di mountain-bike e un ricco calendario di eventi. Gli investimenti sulla stagione invernale si sono focalizzati su un potenziamento mirato dell’impianto di innevamento, che sta garantendo continuità di apertura anche nelle ultime stagioni miti e povere di neve.

Laddove non si valutino progetti di destagionalizzazione e diversificazione a quote medio-basse il cambiamento climatico può inevitabilmente diventare la causa prevalente di dismissione di impianti sciistici. E’ il caso di Pian di Sole di Premeno, stazione sciistica sulle alture di Verbania, situata a poco più di 1000 metri di quota con le piste vista Lago Maggiore. Nel 2020 la società di gestione, dopo alcune annate povere di neve, in cui le temperature non consentivano nemmeno la produzione di neve artificiale, ha infatti deciso la chiusura e smantellamento totale delle strutture con la rimozione delle sciovie Rieno e Baby Genzianella e il completo ripristino ambientale dell’area.

Dott. Commercialista Davide Franchi

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