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piste senza neve

La Montagne Fondono… e lo fanno Troppo Rapidamente

Uno degli errori più tipici che si commettono quando si fanno quattro chiacchiere da bar spesso a mezzo dei social media, è confondere la climatologia con la meteorologia.

Per farla semplice e senza essere esperti, basti dire che i climatologi studiano le tendenze di lungo e lunghissimo periodo deve essere studiato sul lungo periodo mentre, le previsioni meteo, nonostante gli indubbi progressi tecnologi, non si spingono con buona affidabilità oltre qualche giorno.

Nonostante questa banale e comprensibile differenza, alla prima nevicata copiosa dopo un periodo avaro di precipitazioni o dopo una pioggia torrenziale che segue una fase siccitosa, è molto comune perdere il conto di quanti lanciano strali contro i climatologi pensando che qualche decina di centimetri di neve o qualche giornata fredda possano compensare mesi di pregresso ed essere sintomo di una inversione di tendenza.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito anche a precipitazioni copiose che non hanno fatto che provocare danni anche perché la quota dello zero termico è rimasta spesso altissima (oltre i 2.000m) e quindi è piovuto anche alle quote più elevate con conseguenze a volte gravi sulla stabilità idrogeologica di alcuni versanti.

Conosciamo bene l’esempio del Trentino dove una direttrice importante come la strada statale che collega la Valsugana al Veneto è rimasta chiusa per molte settimane a causa di una frana. Potremmo poi anche citare le piogge torrenziali che hanno interrotto molti collegamenti stradali nelle Alpi del Sud Francesi durante l’autunno 2023.

L’inverno 2023/2024 si chiuderà probabilmente come il più caldo della storia e lo sarà di gran lunga. Per lo meno sulle nostre Alpi. Anzi, le Alpi, saranno per l’ennesima volta uno dei territori più martoriati dal surriscaldamento. Se abbiamo frequentato un po’ le nostre montagne a inizio del 2024, avremo percepito quanto le temperature fossero più primaverili che invernali. Per non parlare della siccità prolungata. Se osserviamo il grafico con i dati rilasciati da Copernicus (programma Europeo di osservazione della Terra), non c’è da stare tranquilli. E’ vero che tutti gli anni più recenti si trovano al di sopra delle temperature medie del passato e di molto.

Il 2024 è però assolutamente fuori scala e, se la tendenza continuasse in questo modo, potremmo avere una estate davvero rovente con temperature che, anche in pianura Padana potrebbero superare i 45 gradi. Significherebbe avere uno zero termico elevatissimo, oltre i 5.000 m, il che significa che tutti i ghiacciai dell’arco alpino, inclusa la vetta del Monte Bianco, sarebbero esposti a continua e rapida fusione.

Ormai gli effetti di un rapido riscaldamento, per chi frequenta le Alpi e per chi ci vive, sono evidentissimi. I media sono pieni di immagini di montagne brulle anche in pieno inverno e di piste da sci preparate totalmente con neve programmata che si snodano in un paesaggio arido. L’inversione termica poi, fenomeno sempre esistito, si prolunga per molti giorni o addirittura per settimane e quindi, mentre le temperature notturne in pianura scendono a zero, a 2.000 metri si registrano temperature positive anche al primo mattino.

Oramai per il “Sistema Montagna” ripensare il proprio modello di sviluppo non è più una possibilità futura, ma una urgenza da affrontare subito. Non è il caso di aprire il fianco agli ambientalisti più estremi. Non si tratta di abbandonare sin da subito il turismo legato alla neve, ma bisogna pensare immediatamente alle alternative e iniziare anche con una attività di “educazione” e sensibilizzazione non solo del turista ma degli abitanti stessi e trasformare così una potenziale minaccia in una opportunità. Del resto, il clima più caldo, non farà che spingere più turisti sulle nostre montagne. Si pone, a maggior ragione, il tema di gestione dei flussi per evitare danni da overtourism.

Le montagne sono un paesaggio maestoso quanto fragile e bisogna prenderne atto. Ghiacciai che fondono a gran velocità e impediscono di percorrere vie alpinistiche usuali sino a pochi anni fa. Versanti che crollano a causa di un clima tropicalizzato e fenomeni estremi. Stabilità spesso minata anche da boschi decimati dall’epidemia di bostrico anch’essa favorita da caldo e siccità.

Proprio in questo scenario, l’economia di montagna la cui prosperità è fondamentale per mantenere le terre alte un territorio vivo e vitale, deve saper diventare sostenibile nel lungo periodo e aiutare le comunità locali ad adattarsi a una realtà nuova e probabilmente irreversibile.

Marco Rizzarelli

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