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Gli impianti di risalita oltre lo sci, un’opportunità per il turismo sostenibile

La conoscenza che la maggior parte delle persone ha degli impianti di risalita è legata principalmente al loro utilizzo in montagna per la pratica dello sci alpino. Se non possiamo dire che questa visione sia sbagliata, possiamo certamente affermare che sia assolutamente incompleta.

Gli impianti di risalita turistici nati per usi diversi dallo sci

È indiscutibile in effetti che la maggior parte degli impianti di risalita nel mondo, circa 24.000 (fonte skiresort.de) sono a tutt’oggi utilizzati principalmente per tale pratica sportiva. Tralasciando gli impianti utilizzati per lo spostamento urbano è pur vero, peraltro, che molti di essi vengono molto sfruttati in estate vuoi per praticare trekking, per risalire con la bicicletta a monte delle piste di downhill o per facilitare l’avvicinamento a molte altre attività e a luoghi altrimenti preclusi ai più.

Ad alcuni poi suonerà strano, ma esistono nel mondo tanti impianti di risalita, prevalentemente funivie, funicolari, seggiovie, alcune anche di antica costruzione che non hanno mai servito la pratica degli sport invernali.

Alcuni esempi? Il primo che mi viene in mente è la funivia del Colle (in tedesco Kohlerer bahn) costruita nel lontano 1908 (alcuni sostengono sia la prima funivia costruita al mondo, ma il tema è dibattuto…) e che collega la città alla località del Colle situata 900 m più in alto. L’impianto è talmente antico che le prime cabine erano aperte e trasportavano appena 6 persone scorrendo su piloni in legno.

Un altro esempio, sempre in Alto Adige, è la seggiovia Merano-Tirolo tutt’ora monoposto, che collega la città al sovrastante villaggio attraversando lussureggianti vigneti. Senza dilungarci nella storia funiviaria italiana o internazionale, la lista degli impianti di risalita che nulla hanno a che vedere con lo sci, potrebbe essere lunghissima e includerebbe anche località di mare come nel caso della cestovia del Monte Capanne all’isola d’Elba o la Funivia Sanremo-Monte Bignone attiva dal 1936 al 1981.

Abbiamo quindi appurato che, storicamente, il “mezzo di trasporto impianto di risalita” ad uso turistico (lasciamo gli impianti anche più antichi ad uso industriale o militare a un altro approfondimento) nasce prima di tutto come veicolo per lo spostamento in quota delle persone che nulla avevano a che vedere con la pratica dello sci alpino.

Gli impianti sciistici riconvertiti

Un secondo aspetto da considerare con rinnovato interesse sono quegli impianti di risalita che un tempo venivano utilizzati prevalentemente o in buona misura anche a servizio della pratica degli sport invernali e che, vuoi per le modificate condizioni climatiche, vuoi per la disaffezione del pubblico per i piccoli comprensori, sono stati riconvertiti ad un utilizzo escursionistico o “godereccio” per meglio sfruttare i punti di ristoro in quota.

Anche qui possiamo parlare dell’Alto Adige partendo dalla zona dell’Hirzer all’imbocco della val Passiria. Un tempo qui, in quota, si praticava lo sci su piste servite da una seggiovia ancora in funzione per le escursioni e da alcuni skilift. Oggi la zona è frequentatissima dagli escursionisti in quasi tutti i mesi dell’anno e, se non ci fossero gli impianti, la montagna sarebbe presa d’assedio dalle autovetture che percorrerebbero le tortuose stradine a servizio dei masi.

Altro ottimo esempio di riconversione di successo è la seggiovia dell’alpe Marinzen a Castelrotto che sino a pochissimi anni fa serviva un paio di piste dotate di innevamento artificiale e persino di impianti di illuminazione notturna. Bene, oggi, quella seggiovia che dal paese sale lentamente verso un piccolo altipiano situato a 1.500 m, trasporta in quota tanti turisti italiani ed esteri che possono così approfittare dei punti di ristoro e delle tante passeggiate.

Anche qui, gli impianti oggetto di riconversione d’uso sono comunque  moltissimi e si va dalla funivia dei Piani d’Erna in provincia di Lecco sino addirittura a destinazioni piccolissime e poco note come Caldirola in provincia di Alessandria che ha trasformato da anni la sua vetusta seggiovia in un impianto a servizio di piste per il downhill in MTB ed è riuscita addirittura ad ospitare gare di livello internazionale. A volte e nemmeno tutti gli anni qui si scia ancora ma non è più l’attività principale per la quale l’impianto viene utilizzato.

Il secondo punto interessante è che quindi anche impianti nati per lo sci o comunque che erano in parte destinati a servizio di questo sport, possono essere riconvertiti grazie a delle buone pratiche di gestione dei flussi turistici.

Gli impianti ad uso promiscuo e la carta vincente della destagionalizzazione

Si dice oramai da anni che l’obiettivo primario e vincente delle destinazioni turistiche ed ancor più per quelle montane, sia la destagionalizzazione. La capacità di poter attirare turisti in tutte le stagioni dell’anno. Questo obiettivo è ancor più obbligatorio perseguirlo per le località sciistiche la cui struttura di costo non permette di essere sufficientemente profittevoli funzionando solo pochi mesi all’anno. Sono proprio le stazioni sciistiche di maggior successo ad avere da qualche anno ormai puntato su di una destagionalizzazione spinta. Anche qui potrebbe sembrare strano ai poco accorti ma molti skiresort di successo vedono una stagione di funzionamento estivo più lunga, a volte anche di molto) rispetto a quella dello sci.

Nella tavola qui sotto il confronto tra giorni di apertura impianti dell’inverno 2022/2023 rispetto all’estate 2023 per alcune significative stazioni sciistiche dell’arco alpino italiano. Sono state volutamente escluse le stazioni appenniniche perché il confronto sarebbe stato impari data una ultima stagione invernale veramente da dimenticare con le vacanze natalizie totalmente a secco e con alte temperature che non hanno neppure consentito l’attivazione dei sistemi di innevamento programmato.

Dai dati non esaustivi ma sicuramente molto chiari qui riportati, emergono differenze macroscopiche. Innanzitutto, l’enorme distanza tra i giorni di apertura estiva nel nord est dolomiti incluse) rispetto e quelli delle alpi centro occidentali.

Addirittura, ormai, sulle Dolomiti, la stagione più lunga per gli impianti è di gran lunga quella estiva che arriva a toccare i sei mesi in località come Carezza o la val Gardena. In queste stazioni i mesi di chiusura di seggiovie e funivie sono solamente due, uno a fine inverno e uno in autunno: il minimo sindacale per poter effettuare le manutenzioni di legge, preparare le piste e concedere le ferie al personale.

Questa tendenza, poi, è trasversale coinvolgendo sia i più blasonati ski resort, val Gardena, Cortina o Plan de Corones e sia i piccoli come nel caso del Renon. Evidentemente è una strategia vincente dato che stiamo parlando del turismo montano italiano più vincente e che più attira flussi dall’estero.

Al nord ovest invece, i gestori degli impianti o non si sono ancora resi conto che destagionalizzare è fondamentale per garantire la sostenibilità di lungo periodo oppure il complesso sistema del marketing e management della destinazione non favorisce ancora a sufficienza questa filosofia garantendo i flussi turistici necessari al funzionamento.

Per concludere un caso eclatante è quello della strategia attuata della Sestriere Spa, azienda che gestisce gli impianti dell’omonimo colle e di tutta la Via Lattea italiana: aperture molto limitate sia in estate che in inverno. Nonostante i 2.000 m di quota il Sestriere ha tenuto aperto solo 4 mesi come da programma peraltro riducendo il numero di impianti accessibili nei feriali e in bassa stagione e, in estate, seggiovie e cabinovie (in numero peraltro limitatissimo) gireranno per un mesetto e in realtà meno se si considera che a fine luglio e a fine agosto rimarranno aperte solo nei we.

Sino ad oggi bisogna ammettere che questa strategia ha premiato la società che palesa utili interessanti ma è veramente la migliore scelta nel lungo periodo? Guardando a come si stanno muovendo le destinazioni di punta, parrebbe una controversa anomalia.

Marco Rizzarelli

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